18/04/2012
INCONTRI PARTICOLARI (Liberamente tratto dalla Vita)
Lui era giovane,neolaureato,un bel giovine di belle speranze.
Entra,guarda intorno,è poco più di uno sgabuzzino quel posto,ci sono dei sacchi di plastica neri,pieni. Alcune scatole di cartone,con dentro maglioni,magliette,vestiti.
Lei entra,non è tanto giovane,è sovrappeso,una non giovine senza grandi attrattive.
Lei non si guarda attorno,sa già cosa c'è da vedere e non sembra importante.
Lui sorride,lei no.
"Siediti li",dice.
Lui si siede e pensa che non sia cortese,che ha 25 minuti di ritardo,che una scatola di maglioni incelofanati non è una sedia e che uno sgabuzzino non è un luogo dove sostenere un colloquio.
Lo pensa e poi,non lo dice.
Lei legge il Curriculum,o forse,lo fissa soltanto,vaga.
" Ah....hum,sei laureato?"
Lui pensa che sia una domanda stupida,che se lo ha scritto non era per riempire lo spazio ma perchè ha un titolo sudato da notificare,che non gli piace il suo odore e il modo in cui lo ha chiesto,guardandolo di sbieco come una gallina.
Lo pensa e poi,non lo dice.
"Si,da meno di un anno e ..."
Lei alza un dito.
"Ok,ma noi cercavamo persone per fare il fattorino."
Lui sorride.
"Lo so,io sono disponibile.."
Lei lo fissa.
"Sei in mobilità?"
Lui pensa,come posso essere in mobilità se sono alla ricerca del mio quasi primo lavoro?
Lo pensa e poi,non lo dice.
"No"
Lei piega il Curriculum,lo mette su un ripiano sporco,in mezzo ad avanzi di cibo e bicchieri di plastica vuoti,mette la sua laurea li sopra,mette i suoi anni di studio e i soldi dei suoi genitori accanto alla caraffa di plastica del caffè finito.
"Va bene,grazie,ti faremo sapere,"
Lui pensa che sono passati appena dieci minuti,che ha fatto un'ora di viaggio,che i soldi per la benzina alla macchina li ha chiesti a sua madre.
Lui lo pensa e poi,non lo dice.
Ringrazia,esce,sale in macchina.
Si guarda intorno,guarda le cose,le case,la gente,pensa che forse potrebbe accelerare,quanto basta per lasciare indietro tutto il resto,pensa che una strada di montagna ha tante curve,pensa che certe cose capitano,pensa che certi silenzi sono meglio di certe parole.
Lui ci pensa,e poi,torna a casa.
21:39 Scritto da: olandesina-76 in blog life | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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27/03/2012
Un mare di latte
Erano mesi ormai che il cielo su Kirdijk era di quel colore, bianco, come il latte, la tv non ne parlava, i giornali davano risalto ad altre storie, la gente non ne parlava, nessuno diceva niente.
All'inizio non ci avevano fatto caso, poi era sembrato strano, molto strano anche, poi era diventato fastidioso, preoccupante forse, poi la gente aveva cominciato a farsi domande, poi non c'erano state risposte e poi, più niente.
Killa era sicura di aver visto delle onde, come quelle nel mare, come se il cielo fosse un mare capovolto sopra le loro teste e aveva provato a dirlo a sua madre, in cambio, aveva rimediato un occhiataccia torva, un silenzio gelido e un momento di intenso imbarazzo, poi il solito rumore di stoviglie rigovernate, però con più insistenza.
Anche Killa, allora, aveva continuato la sua solita vita, le solite cose, senza pensarci, cercando di non pensarci, cercando di non camminare con gli occhi fissati in su fino a farsi venire male al collo, ma era difficile.
Passaro i mesi, le settimane, i giorni, le ore, i minuti, lunghissimi eterni minuti che a lei sembravano infiniti e pieni di attesa, finché un pomeriggio si seppe che l'aeroporto era stato chiuso, per il momento, che gli aerei non sarebbero più partiti, per sicurezza.
Ma per sicurezza rispetto a cosa, per quanto tempo o perché in generale, nessuno lo diceva, nessuno lo chiedeva, forse a nessuno interessava pensò Killa.
Suo padre era un uomo alto e magro, scavato, con tante pieghe nella pella, sembrava vecchio come la più vecchia tartaruga ma forse lo sembrava soltanto e poi lei non era ancora brava a tenere di conto quindi forse si sbagliava.
Il Signor Hybert lavorava all'aeroporto, era un uomo della torre di controllo, lui controllava gli aerei che arrivavano e partivano e adesso non aveva più niente da fare quindi disse che sarebbe stato a casa.
Killa era contenta, pensò che suo padre sembrava molto stanco e che avrebbero potuto fare colazione insieme e andare al parco e finalmente forse avrebbe sorriso.
Ma non ci furono allegre colazioni, il Signor Hybert beveva solo caffè, moltissimo caffè, nero e amaro, si vestiva comunque, come dovesse andare al lavoro e restava tutto l tempo seduto a guardare fuori dalla finestra.
Killa avrebbe voluto fargli una domanda ma pensò che forse lui non aveva la risposta o forse la risposta era incastrata nella sua gola lunga e rugosa e gli faceva male, per questo beveva tanto caffè, per mandarla giù e non doverla dire a nessuno.
Non ci fu nemmeno il parco, perché come disse sua madre una settimana dopo, non si poteva uscire, per sicurezza, era meglio restare a casa e muoversi solo per le faccende importanti.
Il tempo continuava inesorabile a passare e nessuno diceva nulla, tutti parlavano di altro, oppure, non parlavano affatto ma di una cosa Killa era sicura, il cielo adesso, era più bianco ed era più.. basso.
Alla fine di quel mese perse i suoi programmi preferiti in TV, non c'era più trasmissione, niente televisione e niente telefono.
Non avrebbe più potuto raccontare a nonna Moe che bei disegni aveva fatto, non avrebbe più potuto andare a trovarla nella sua casa piena di fiori profumati e lei non sarebbe più potuta venire da loro per il suo compleanno.
Anche le abitudini quotidiane cambiarono, il cibo veniva portato dagli uomini in divisa, bussavano alla loro porta, sua madre apriva e uno di loro che aveva un foglio di carta lungo lungo, controllava qualcosa, poi guardava dentro, guardava Killa e il Signor Hybert, lui invece non guardava nessuno, solo fuori dalla finestra.
Dopo questa operazione, che si svolgeva te volte al giorno, l’uomo in divisa consegnava a sua madre tre contenitori ermetici, faceva un cenno di saluto e se ne andava, bussando alla casa accanto.
Dentro quei contenitori c’erano il cibo, non era male, a lei non dispiaceva ma sembrava che i suoi genitori non fossero contenti e non aveva mai molto appetito, molto del cibo finiva gettato via oppure dato a loro gatto azzurro.
La loro finestra non era molto in alto, erano al secondo piano e Killa si era accorta che adesso il cielo era quasi arrivato al tetto del loro palazzo, sul tetto era pieno di uccelli di razze diverse, anche loro non volavano più, come gli aerei, lei non sapeva se avessero deciso da soli di non farlo per sicurezza o forse non potevano, per qualche motivo.
Poi arrivò il giorno in cui tutto divenne silenzio, nessuna televisione era accesa, nessun telefono squillava, nessun mezzo andava in giro, uccelli e aerei non volavano e le persone non parlavano, sembrava che tutto il mondo, o almeno, il mondo di Killa, fosse finito sottovuoto.
Ora nessuno badava più a lei, ora anche sua madre stava col naso incollato al vetro, ora dietro la sua finestra era tutto bianco e lei non sapeva che fine avessero fatto gli uccelli.
Aprì la porta e scese le scale, gradino dopo gradino, attenta come le avevano insegnato, in totale completo silenzio, arrivò a pian terreno e spinse con fatica il portone di ingresso, uscì per strada, nessuno era li fuori, soltanto lei e il cielo talmente basso adesso che le sarebbe bastato fare un piccolo salto, stendere il braccio e l’avrebbe toccato.
Aveva paura, non tantissima paura, soltanto un pochino, guardò attentamente e scorse ancora il bianco muoversi in piccole onde, questa volta era sicura, era come il mare, questa volta nessuno l’avrebbe sgridata ne fatta tacere.
E così, lo fece. Fece un salto, si accovaccio sulle gambe come avrebbe fatto un gatto per darsi la spinta e saltò il più in alto che la sua piccola statura potesse permetterle stendendo il braccio e aprendo la mano e lo toccò.
La mano si immerse, le dita si bagnarono, sentirono il fresco, soltanto un attimo e poi ricadde coi piedi saldamente sulla terra esterrefatta, fissando la mano e le dita intatte appena macchiate da un liquido bianco che… sembrava essere, latte.
Portò la mano alla bocca e assaggiò e tutto improvvisamente smise di farle paura, era latte, indiscutibilmente e inspiegabilmente latte.
Un enorme sorriso di bimba le illuminò il volto e immediatamente si mise a correre e urlare per dirlo a tutti “E’ latte, latte, hey tutti voi, è soltanto latte!!!”
Era felice e serena, in fondo, il latte, era una cosa buona.
22:12 Scritto da: olandesina-76 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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22/03/2012
"Chi essere tuuuu?"
Loro lo sanno,eccome se lo sanno,se ne vanno in giro,per l'infinito dedalo di Uffici in cui son capitata,portandosi dietro il loro caffè del bicchierino di plastica marrone che tanto si fredda subito e la loro inseparabile bottiglietta d'acqua da mezzo litro che bere fa bene.
E ti guardano loro,da sopra i loro tacchi e dietro la messa in piega,loro lo sanno che sei di passaggio,che sei una precaria solitaria,la gallina co-co-dè,loro ti gurdano e vorrebbero allungarsi in alto come l'azzurro Brucaliffo e dire " Chi essere tuuu??!! E tu stai li,a pulire bene la sua scrivania e sistemare le carte dell'ennesima che se nè andata a casa a far figli,le sitemi bene le sue cose tu,innaffi i suoi fiori,sbrighi le sue beghe,fatichi le sue fatiche e aspetti,aspetti che torni e che non ti dica grazie,nessuno te lo dice mai,il favore l'hanno fatto loro a te che te l'hanno prestata quella scrivania,ti ci han fatto giocare no col giochino?
E poi arriva l'estate e tu in ferie non ci vai,perchè in ferie ci vanno loro,vanno a farsi le foto in spiaggia e spalmarsi di olio tanto al lavoro ci sei tu che metti il tea nel frigo della saletta ristoro e ti compri un panino perchè fuori la città brucia e l'asfalto di mangia le scarpe.
E poi ci sono i cesti di Natale e i meeting e i breefing e tutte quelle cose per la sacrada famiglia dei dipendenti,non per te che sei come la mimosa che la tagli la aspiri e la butti.
E poi un giorno sei una mimosa vecchia e nessuno ha più voglia di metterti nel vaso,la mimosa secca non serve a nessuno e loro,lo sanno.
23:12 Scritto da: olandesina-76 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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20/03/2012
La vita è un treno
Non vogliatemene amici,lettori,passanti,ma la vita:è un treno. A qualcuno capita un Itercity,altri prendono il regionale,a volte passa una Frecciargento,ma comunque,si sale e si va,tutti quanti,dal punto A al punto B.
Lo prendiamo da soli e da soli scendiamo,ma ci sono fermate,persone salgono,restano,alcuni a lungo,alcuni soltanto per poco,ad alcuni saprete rinunciare,altri vi mancheranno,forse salteranno giù in fretta e non avrete il tempo di salutarli,forse resteranno li,ma in un altro scompartimento.
Questo treno sarà pieno,sarà vuoto,sarà rumoroso,sarà in silenzio,la luce sarà accesa,o spenta,ma andrà sempre avanti e voi starete li,sopra il vostro treno,prendendo appunti,distratti,addormentati,annoiati,ansiosi,sorpresi,felici.
Ho imparato che gli altri,sono i nostri compagni di viaggio,che qualche volte ci capita di ricontrarli a qualche fermata,ho imparato che bisogna amarlo il nostro viaggio e non è necessario trattenere niente,perchè niente ci sarà concesso portare via.
Le porte devono restare pronte ad aprirsi,per far entrare e uscire la vita e che al punto B nessuno ci può accompagnare,quella è la nostra fermata.
Non sappiamo dove va il treno,non sappiamo chi deciderà di salire,se ci piacerà o meno,non sappiamo quasi nulla e questo ci da modo di sognare e ricordare che alla fine per quello che vale è solo il viaggio che conta..
14:20 Scritto da: olandesina-76 in blog life | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |
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17/03/2012
La barca senza remi..
...Certe persone se ne vanno,altre,restano ma in realtà,se ne sono già andate. Guardarci dentro è come perdersi,è come cercare la monetina che è caduta dentro il pozzo,tu lo sai che c'è,da qualche parte,laggiù. Tu lo sai,ma non puoi più prenderla e fa male. In quegli occhi che non ti riconoscono ci vedi la paura,in quelle mani inutilmente forti ci senti la rabbia,in quelle parole sconnesse ci leggi una richiesta di aiuto,ripetizioni,pensieri circolari per aggrapparsi a qualcosa. Anche lei, che è come le patelle, sugli scogli della mia Liguria,attaccate da dentro che il mare le affoga e il sole le consuma ma loro non si possono staccare e lei,non si stacca. Vorrebbe andare via,lo so,quante volte l'ho sentita dire "o sè n'barcà" quando qualcuno moriva,lo diceva sorridendo da una parte,stropicciando un occhio,lo diceva come si dice che piove o che la cena è pronta,un pensiero semplice e aveva ragione. Ora però,non so dove sia quella barca,non so sove siano i remi,non so qualche sia la rotta e non vorrei che andasse da sola. Vorrei accompagnarla come l'accompagnavo a letto,per sapere che è al sicuro,che tutto è a posto,che è soltanto ora,di andare a dormire....
01:49 Scritto da: olandesina-76 in blog life | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | OKNOtizie |
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